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07/09/2010 @ 13.52.00
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\\ Home Page : Storico : Storia e preistoria (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Pippo Lo Cascio (del 19/09/2007 @ 17:27:41, in Storia e preistoria, linkato 1262 volte)

Le più antiche testimonianze di Valdesi, si riferiscono all'Età del Rame, periodo che si fa risalire a 3.500 prima della venuta di Cristo, grazie alla scoperta della necropoli "Valdesi"   al Giusino, una vasta area cimiteriale, in parte distrutto per la “colmata” del Pantano di Mondello, localizzata tra le località Anfossi e la fascia pedemontana del Pellegrino. Il sepolcreto, composto da una serie di tombe "a forno" appartenenti alla facies culturale della “Conca d'Oro”, ha tra le più interessanti, quella di via Persefone, venuta alla luce nel 1970, durante le fasi di sbancamento per l'edificazione di una villa della villeggiatura estiva. Benché oggi parzialmente distrutta, ma con una tipologia ben “leggibile”, la tomba aveva un corredo funerario costituito da otto boccali e da alcuni vasetti fittili, che riconducono alle tombe a pozzetto, ad una o più grotticelle, tipiche di quel periodo della preistoria dell’umanità.
Un’altra isolata tomba è stata scoperta in via Colonia Marina, sempre in territorio di Valdesi, dove l’indagine archeologica ha portato al recupero di materiali fittili consistenti in vasi con vistose tracce di ocra rossa, un pigmento naturale utilizzato per camuffare il pallore del corpo del defunto  . Un’interessante sito, ma non facilmente visitabile, si trova all’interno dei naturali ingrottati posti nella falesia occidentale del Pellegrino, in località la Montagnola. Si tratta di una necropoli rupestre, indagata con l’ausilio di una squadra di alpinisti  , che l’hanno raggiunta con l’ausilio di corde dalla cima del rilievo ed hanno recuperato un grande tesoro ceramico. Tra i materiali salvati, tutti appartenenti alla media Età del Bronzo alle culture di Castelluccio e del Milazzese, figurano alcuni vasi, olle, coppe, pithos, ciotole e numerose lame di selce e di ossidiana.
Di età storica é invece una tomba punica con ingresso monumentale, preceduto da un lungo dromos con tredici scalini scavati nella calcarenite. Il sepolcro è stato rinvenuto negli anni '70 del Novecento da Francesca Mercadante e dallo scrivente, all'interno di una moderna villa in costruzione in via Lugano in località Anfossi  . Dalle notevole dimensioni e con due ambienti sotterranei di cui uno con lettuccio funebre, probabilmente si tratta dell’ultima dimora di un guerriero o di un nobile cartaginese o comunque di un importante personaggio Nord - africano.
Sono purtroppo scarse se non addirittura inesistenti le notizie storiche e bibliografiche d’età medievale e rinascimentale. Anche per il Sei - Settecento non si hanno molte conoscenze di vita antropica, se non che l’areale è stato più volte menzionato nel corso dell'edificazione delle ville auliche della villeggiatura, in seguito al primo stabile insediamento costituitosi intorno ad una chiesetta della fine del secolo XVIII: " ... Valdesi dov'è una Chiesa parrocchiale sotto la giurisdizione del cappellano maggiore fondata nel 1799 ...", come ricordato da Vito Amico nel Dizionario topografico della Sicilia del 1855  , poco distante dai due antichi casali Buffa e Martini, i due bagli agricoli che originarono il villaggio. L'edificio sacro é successivamente menzionato dal medico Vincenzo Abate che ebbe in cura le popolazioni affette da febbri malariche e descrisse il limitare della Palude di Mondello, a ridosso della chiesa. Egli riportò testualmente: "... la linea (...) fin quasi alla chiesa di Valdesi arriva ..."  , ma poi nel 1932 venne rasa al suolo per la sistemazione urbanistica della nuova piazza, nello stesso anno in cui si edificò l’attuale chiesa di Maria SS. Assunta, in via Mater Dei. 
L'intero articolo puoi leggerlo su Mondellolido.it  

 
Di Pippo Lo Cascio (del 05/09/2007 @ 19:43:18, in Storia e preistoria, linkato 677 volte)

Mezzo secolo dopo la loro scoperta all’interno delle grotte dell’Addaura, i noti graffiti di età paleolitica, celati nel cuore del monte Pellegrino, il “più bel promontorio del mondo”, come lo definì Wolfang Goethe, faranno parte integrante del nascente Parco Archeologico dell’Addaura. Con il decreto di definitivo esproprio del terreno, firmato dall’Assessore regionale dei Beni Culturali, una parte della fascia pedemontana settentrionale del massiccio calcareo che si frappone tra il mare e la Conca d’Oro, diverrà a breve area archeologica unica al mondo, restituendola definitivamente alla collettività. I lavori avviati nel mese di giugno 1995, comprendenti la recinzione di tutte le grotte e dei ripari sottoroccia (grotta Caprara; grotta Addaura I; grotta Addaura II e la grotta dell’Antro Nero) e la viabilità interna costituita da vialetti livellate da staccionate di castagno che delimiteranno i percorsi di visita, si concluderanno a breve.

 La storia:

Tra gli anni 1879 e 1931 furono compiuti alle falde del Pellegrino, diversi sondaggi per accertare la consistenza degli strati archeologici. Durante una breve campagna di scavi furono portati alla luce un gran numero di gasteropodi marini e di patelle, molari di elefanti, avanzi ossei di grossa selvaggina, come cervo e cinghiale, a dimostrazione che il bosco, in questa porzione della Conca d’Oro, era il dominatore in assoluto del territorio pedemontano del rilievo. Scavi successivi vennero compiuti nel 1946–’47 dalla soprintendente Jole Bovio Marconi in collaborazione con Bernabò Brea, autore di una completa sintesi della preistoria siciliana: La Sicilia prima dei Greci. Sotto l’aspetto archeologico il complesso delle grotte dell’Addaura è ancora oggi un’area poco conosciuta non essendo mai stato attuato un piano globale di studi e di ricerche capillari che potessero accertarne tutta la potenzialità, né tantomeno è stato compiuto un regolare scavo su grande scala. Escluso qualche sporadico saggio, stessa sorte è toccata alle vicine grotte della Marinella alla Fossa del Gallo di Mondello. Anche se le prima tracce dell’uomo in Sicilia sembrano risalire al Paleolitico inferiore, consistenti in resti d’industria litica su ciottoli di selce e di quarzite, individuati lungo il litorale agrigentino, è col Paleolitico superiore, attestato in grotte e ripari dell’Isola, che fiorisce intorno a 12.000–10.000 anni or sono, la più alta espressione figurativa. Sono celebri i graffiti zoomorfi della grotta dei Genovesi a Levanzo, improntati ad un vivace naturalismo che trova molta analogia con l’arte rupestre francese ed iberica. La tecnica dei graffiti, con significato di “graffiare” o “creare solchi”, nel caso dell’Addaura, è stata felicemente utilizzata da artisti preistorici, che hanno lasciato un eloquente spaccato della loro attività tribale, nonché una rassegna tipologica di alcuni animali che vivevano nel nostro territorio più di diecimila anni fa: il cavallo (Equus hidruntinus), il cervo (Cervus elaphus) ed il bue (Bos primigenius). Gli studi e le interpretazioni tecniche e stilistiche che archeologi e paletnologi hanno condotto negli ultimi anni, sembrano distinguere tra i disegni, tre fasi di esecuzione, via via prodotte e sovrapposte tra di loro. E’ distinta una prima fase, costituita da incisioni lineari senza che apparentemente abbiano tra loro alcun significato, una fase successiva relativa alle figure di alcuni equidi e daini ed infine una terza, costituita dalla famosa “scena” della danza antropomorfa. Le raffigurazioni antropo–zoomorfe graffite sulla parete di sinistra e su quella frontale della grotticina, rappresentano la più alta testimonianza di arte parietale siciliana dell’uomo preistorico del Paleolitico superiore. La scena centrale, posta a circa tre metri dall’attuale piano di calpestio, è ancora priva di confronti nei grandi cicli a graffiti e si pone tra le più suggestive finora rinvenute al mondo. Rappresenta anche, oltre che un periodo della grande avventura dell’umanità, un monumento dell’archeologia di tutti i tempi, dal momento che “… gli uomini dell’Addaura sono decisamente veristi (…) ben studiati anatomicamente, pieni di vita, di movimento e di equilibrio …”. I graffiti sono stati scoperti su una parete ben levigata dalle acque nella grotticella Addaura II, un antro di modeste dimensioni (m. 6 x m. 5,28), completamente illuminata dalla luce del giorno dell’ampio anfiteatro naturale che guarda il mar Tirreno. Scoperti casualmente nel 1952 da tal Giovanni Cusimano, un cercatore di tesori, furono in seguito inserite in un programma d’indagini e di documentazione grafica e fotografica, condotte dalla Soprintendenza di Palermo. La scena più importante del complesso parietale, è rappresentata da nove figure in piedi disposte in cerchio, in atto di danza rituale, tutte rivolte verso uno stesso punto centrale costituito da due personaggi che giacciono a terra distesi e rappresentati dall’ignoto autore paleolitico, con corpi innaturalmente piegati e gli attributi sessuali in evidenza. Delle figure colpiscono subito le proporzioni degli arti, la loro possente muscolatura e la totale assenza di mani e di piedi. I personaggi che compongono la complessa scena, sembrano indossare una maschera a “becco di uccello”, mentre solo alcuni sembrano rappresentati armati da lunghissime lance. Poco distante si riconosce un’unica donna con ventre e seno prominente con sulle spalle un voluminoso fardello. Numerose sono tra gli studiosi le proposte interpretative dell’enigmatica scena centrale. Secondo la Bovio Marconi, le due figure distese per terra eseguono: “… danze ed evoluzioni rituali connesse a concezioni sessuali …”, mentre per il Chiappella si tratta di una scena d’iniziazione di giovani guerrieri o di un supplizio di prigionieri. Per il Blanc, i due uomini raffigurano personaggi legati a pratiche rituali e magiche, mentre per il Mezzena: “… la scena rappresenta una manifestazione nella quale due individui (…) vengono lanciati attraverso un circolo di personaggi (…) in una veduta prospettica dall’alto …”. La rappresentazione dei numerosi animali costituiti da daini, equidi e bovidi, non sembra collegarsi scenograficamente con le figure umane, pur essendo stata utilizzata la stessa tecnica e lo stesso stile verista.

 
Di Pippo Lo Cascio (del 05/08/2007 @ 16:37:08, in Storia e preistoria, linkato 347 volte)

 Percorrere  un antico qanat  è  un'affascinante esperienza che ti riporta indietro nel tempo facendoti vivere un'avventura in un ambiente totalmente buio, caratterizzato da forte umidità e assenza di rumori proveniente dal mondo esterno.
Spostati, con difficoltà ed estrema cautela, i pesanti blocchi d'arenaria che coprono la bocca del pozzo artesiano, scorgo nella penombra, un rigagnolo d'acqua che scorre verso il buio più fitto. La seduzione di vivere l'avventura ed il mistero è forte e coinvolgente è perciò non esito a calarmi con una robusta corda opportunamente fissata ad un albero. Ammetto un'avvincente emozione e ben presto superate le asperità del percorso, mi ritrovo inevitabilmente con le gambe nell'acqua gelida del fondo sabbioso. Un brivido mi sorprende al contatto di quel lento defluire millenario, dovuto alla lieve pendenza che i sapienti puzzaluori hanno saputo dare allo stretto cunicolo. Il condotto scorre perpendicolarmente alla direzione delle vene acquifere che provengono dalle pendici dei monti Billiemi e Pellegrino, che assieme al Gallo fanno da corona alle Piane dei Colli e di Gallo. Osservo il lungo cunicolo, alto poco più di due metri e largo solo cm. 80 che si perde nell'oscuro budello e scelgo di seguire la direzione dello scorrimento delle acque.
Le pareti d'arenaria trasudate, che conservano ancora i segni lasciati dalle picconate degli antichi minatori, sono muti testimoni di un'ardita opera d'ingegneria idraulica le cui origini sono da ricercare in quelle di tradizione medio-orientali ed arabe in particolare, che resero possibile l'espandersi di grandi centri urbani, come Teheran, e di dare vita ad una fiorente agricoltura. In poche parole mi ritrovo in un qanat ed è perciò grande la mia curiosità e voglia di scoprire e di capire il retaggio di un mondo antico e ormai dimenticato. il termine qanat deriva dalla parola semitica "scavare" ed è costituito da un lungo tunnel sotterraneo intagliato nella viva roccia di calcarenite, che per gravità conduce l'acqua raccolta da una sorgente a zone dove c'è mancanza
del prezioso elemento, a distanza anche di centinaia di chilometri. Il sottosuolo di Palermo è attraversato da una selva di qanat di epoche e tipologie differenti e solamente nell'ultimo quarto dello scorso secolo sono stati parzialmente indagati da studiosi, speleologi ed appassionati, che hanno prodotto particolareggiate carte topografiche. Poco o nulla si sa, invece, di quelli esistenti extra moenia scavati nelle fertili Piane dei Colli e Gallo, un tempo coltivati a cotone, a orti, a vigneti
e a mirto. Il lungo qanat individuato nel bel mezzo di un agrumeto e minacciato dall'attraversamento di un'arteria, l'ho percorso quasi per intero. Lasciatomi alle spalle la luce del giorno, l'aria fresca della campagna, man mano che proseguo, si fa umida e la respirazione più pesante e affannosa.
Il buio avvolge tutto il cunicolo tranne il breve chiarore prodotto dalla fioca fiammella del casco da speleologo che ho in testa. Percorro un tratto rettilineo camminando comodamente eretto; poi l'acqua si fa più alta, sino a raggiungere un primo pozzo d'aerazione distanziato m. 25-30 da quello d'ingresso. Ora la volta del tunnel si fa più bassa e devo procedere curvo accompagnato dal ritmico rumore dello sciacquio delle gambe che spostano la massa d'acqua e da quello delle scarpe che sono strappate a viva forza dalla fine sabbia depositata sul fondo. La debole fiammella che squarcia le tenebre dopo anni di buio totale, mi permette di vedere pochi metri davanti a me, ma so che il qanat è molto lungo e che può riservarmi non poche sorprese e scoperte scientifiche. Dalle numerose cavità delle pareti a pelo d'acqua, sgorgano numerose vene che contribuiscono ad ingrossare il piccolo fiume sotterraneo. Dopo una serie di piccole curve, tracciate appositamente dai costruttori allo scopo di captare e di imbrigliare una quantità maggiore di acqua, devo necessariamente camminare carponi, poiché il soffitto si abbassa a meno di un metro. Ma fortunatamente per poco, il tempo necessario a raggiungere un secondo pozzo dov'è in funzione una grossa motopompa per portare l'acqua in superficie.
Oltrepassata l'idrovora la quantità d'acqua aumenta gradualmente, rivelandosi poi un vero fiume e per proseguire mi affido alla lenta corrente stando ben attento a non fare spegnere la luce del casco che rappresenta l'unica mia compagna nell'esplorazione sotterranea. Dopo una breve nuotata il cunicolo s'innalza notevolmente sino a giungere ad uno slargo costituito da un terzo pozzo e ne approfitto per concedermi una breve sosta.

 Gli animali che popolano il mondo tenebroso ed umido del canale, sono costituiti da colonie di ranocchie, di ragni e di insetti dalle forme e dai colori più svariati; vivono immersi nelle tenebre e fuggono per la presenza umana e alla fioca luce, trovando riparo tra i tanti anfratti della poco compatta calcarenite. Per un tratto l'acqua del canale diminuisce quasi a scomparire, fenomeno dovuto ad un eccessivo accumulo di detriti trasportati dalla corrente e qui è possibile "leggere" i vari livelli degli antichi alvei fluviali. Se ne contano tantissimi a dimostrazione di una millenaria attività agricola. Più avanti ecco una foresta di radici di alberi di limoni e di aranci che pendono dal soffitto aggrovigliandosi e che sono riuscite ad infiltrarsi sin quaggiù ed a superare la spessa copertura rocciosa alla ricerca del prezioso liquido. Attraversando il lungo condotto nella direzione del massiccio del monte Gallo, zona storicamente rinomata per le colture dei vigneti sin da età medievale e di agrumeti dal Settecento, numerose domande si affollano alla mia mente. Di quale periodo sarà mai il manufatto? Forse è di età araba? O forse medievale? O di età rinascimentale? Quanti uomini e per quanto tempo vi hanno lavorato? Difficile dirlo. Difficile è oggi rispondere a queste domande. Praticamente impossibile. No. Non ci sono elementi diagnostici per affermare un qualsiasi periodo storico, ne tanto meno può essere paragonato tipologicamente ad altri centinaia di qanat che formano gli intricati labirinti del centro storico di Palermo. Determinare l'età di fabbricazione della conduttura per il reperimento d'acqua per l'irrigazione dei giardini della Piana di Gallo, significherebbe gettare le basi più solide per la ricostruzione storica del territorio, eliminando nello stesso tempo, congetture ed ipotesi fantasiose sulla prima fase di antropizzazione. Proseguo con la determinazione di seguire ancora per un altro lungo tratto il qanat, ma già con ansia il mio occhio segue il veloce cammino dell'orologio. Di tanto in tanto un raggio di sole filtra dalle balate messe a copertura delle bocche dei pozzi, ma gli occhi si sono ormai abituati all'oscurità. A breve distanza scorgo un legno o forse un ramo che segue la direzione del fluido. No! Adesso va dalla parte opposta, controcorrente! Cioè verso di me. Accidenti, ma è un serpente! Fortunatamente è solo un'innocua biscia d'acqua, molto lunga e variopinta che mi osserva preoccupata e pronta alla difensiva. Decide alla fine d'ignorarmi e di proseguire per la sua strada. Oltre una piccola ansa, in una risega, scopro una brocca di ceramica rotta che non può essere estratta poiché è in corso un processo di fossilizzazione ed i cui frammenti sono "saldati" alla viva roccia. Il prezioso reperto archeologico, una fiasca d'acqua di probabile età medievale, presenta un corpo panciuto, priva di anse e un lungo collo corrugato. Una volta studiato permetterà una precisa datazione e probabilmente di poterci avvicinare all'età di costruzione dello stesso qanat. Più avanti, la canalizzazione mi riserva ulteriori emozioni e sorprese. In un tratto particolarmente caratteristico dove il livello dell'acqua sotterraneo scende sino al ginocchio, il torrentello è alimentato da una serie di cascatelle di acqua fredda provenienti da una ricca vena. Approfitto per fare un'altra sosta e spengo la luce del casco. Adesso il buio colma lo spazio circostante ed il silenzio è rotto solo dal mormorio delle acque che fluiscono dalle pareti. Faccio un breve calcolo: sono alcune ore che cammino ed il qanat sta dimostrandosi più lungo del previsto.

Intravedo in lontananza la luce del giorno che prepotentemente fora le fitte tenebre sotterranee di un ulteriore pozzo seriale e decido quindi di uscire all'aria aperta scalando le pareti, utilizzando i buchi delle pedalore. Giunto in cima sposto, con non senza fatica, una balata di copertura della bocca del pozzo artesiano e finalmente l'aria frizzante e la luce del sole invadono il pozzo. Esco in aperta campagna in prossimità di un agrumeto. Ruoto di 360° su me stesso per tentare di riconoscere il posto. Si, lo riconosco. Mi è familiare. Richiudo la bocca del pozzo con la lastra di calcarenite e mi allontano grondante d'acqua, mentre un vecchio contadino ha smesso di zappare ed un cane accovacciato ai suoi piedi mi osservano con stupore e timore, come si può essere stupiti dall'improvvisa apparizione di un alieno o di un fantasma sbucato dal nulla. 

 

 
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